Di cosa parliamo quando diciamo Italia
L’unità e l’identità della nazione di fronte alle sfide del XXI secolo
Roma 30-31 ottobre 2009
Palazzo Wedekind – Piazza Colonna, 366
Organizzato dalla Fondazione liberal
L’unità e l’identità della nazione di fronte alle sfide del XXI secolo
Roma 30-31 ottobre 2009
Palazzo Wedekind – Piazza Colonna, 366
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Nuovo intervento dei Circoli liberal siciliani. Ieri il contributo dell’Avv. Carlo Mastroeni, Presidente Provinciale di Messina.
Sabato 19 settembre 2009 è stato pubblicato sul quotidiano cronache di liberal un mio intervento sulla cultura della legalità, patrimonio comune da non dilapidare.
Prendiamo in parola il premier. E vediamo se adesso risponderà a queste 10 domande sulla sua vita pubblica.
1. Quindici anni fa Lei scese in campo, come ama dire, sventolando una bandiera che ha finito per diventare il suo biglietto da visita. Lo stesso che era stato di Reagan: la riduzione delle tasse. Solo che Lei agli italiani in tutti questi anni le tasse non le ha mai ridotte. La ritiene una sua personale sconfitta? E da semplice elettore come giudicherebbe il politico responsabile di una così grande promessa mai mantenuta?
2. Nella campagna elettorale del 2008 lei propose nel suo programma agli elettori il “quoziente familiare”: cioè la modulazione dell’imposizione fiscale in relazione alla composizione dei nuclei familiari: chi ha più figli, paga meno tasse. Perché non ne parla più? E non crede che oggi questa misura sarebbe la più idonea a difendere le famiglie dall’impatto della crisi?
3. Più in generale: Lei è stato il protagonista del “sogno”di una rivoluzione liberale. Ma, dopo 15 anni non ve n’è traccia. Cos’è, sta ancora dormendo? O, come sostiene Antonio Martino, il sogno è stato semplicemente tradito?
4. La cosidetta Seconda Repubblica è nata con l’urgenza di una grande modernizzazione del Paese. Le cosidette “riforme di sistema”: pensioni, liberalizzazioni e, appunto, tasse. Lei si è sempre definito un uomo del fare: ebbene perché non ha fatto niente?
5. Prima Montezemolo, poi Marcegaglia, infine Draghi. E anche Bonanni e Angeletti. Tutti gli esponenti più significativi del mondo economico e sociale Le chiedono di procedere con le riforme. Altrimenti l’Italia accumulerà nuovi ritardi. Il super Tremonti continua a rispondere, con infastidito tono professorale, «vedremo più avanti». Condivide? Non le sembra una risposta “rinviista”tipica dell’esecranda politicante Prima Repubblica?
6. Che cosa ne pensa delle dichiarazioni del suo amico Gheddafi secondo il quale è Israele «ad alimentare le guerre in Africa» e perciò «bisogna cacciare via le ambasciate israeliane dal continente»? E come giudica il fatto che, sotto il regime del suo amico Putin, siano morti assassinati 109 giornalisti?
7. Più in generale: perché, finita l’era Bush, a parte i rapporti formali dei vertici e le belle frasi di circostanza, la sua personale politica estera si è ridotta sostanzialmente alla coltivazione del triangolo Putin-Gheddafi-Erdogan?
8. È stata l’aggressiva campagna anti-immigrati della Lega, ai confini del razzismo e della xenofobia come ha detto il presidente Fini, a crearLe le più fastidiose incomprensioni con la Chiesa. Pensa davvero che Lei possa continuare a lungo a tenere i piedi in due scarpe, quelle di Bossi e quelle del Vaticano? E come giudica le prese di posizione di Fini? Infine, si è reso conto che, chiusa An e perduta l’Udc, non essendo il Pdl un vero partito, la golden share del governo è nelle mani del Carroccio, cioè di una forza anti-meridionale e dunque anti-nazionale?
9. Lei, come ha detto, non è un santo e nessuno lo pretende. Ma pensa che lo stile di un presidente del Consiglio abbia il potere di influenzare i modelli di vita dei suoi concittadini in modo tale da pretendere sobrietà, come le chiedeva l’”Avvenire”, o ritiene che la questione sia del tutto irrilevante?
10. Lei ha dichiarato guerra a tutta l’informazione. In particolare ha ingaggiato con “Repubblica”una vera e propria confrontation politica. Un presidente contro un giornale: un inedito bipolarismo. Ebbene, avendo alzato così fortemente lo scontro, in modo insolito per qualsiasi uomo di governo, se i tribunali le daranno torto non pensa che la sua immagine di premier (e quindi quella dell’Italia) ne uscirà ancor più visibilmente azzoppata? E se le daranno ragione non pensa che il nostro Paese scriverà una pagina assai buia del rapporto tra potere e libertà di stampa? Insomma, Lei calcola le conseguenze delle sue azioni?
Tratto da cronache di Liberal del 3 settembre 2009
La Sicilia è la regione nella quale è più forte l’esigenza di una classe politica che sappia rispondere con fermezza ed unità alle sfide che la criminalità organizzata propone. È infatti una sfida politica l’eliminazione delle cause sociali che determinano il perdurare del fenomeno mafioso e di comportamenti mafiosi. L’attenzione dell politica deve spaziare dai piccoli reati nelle città ai nuovi mercati redditizi per la mafia, per poter meglio approntare quegli strumenti che possano finalmente debellare il fenomeno mafioso. Strumenti non solo giudiziari, ma anche culturali.
La creazione di un tessuto culturale fertile al rinnovamento ed alla legalità ha avuto un punto di massimo dopo le tragiche stragi di mafia degli anni novanta. Sull’onda emotiva di quegli efferati delitti il popolo siciliano ha saputo rialzare la testa, cosciente che un futuro senza mafia fosse possibile.
Da quella stagione, nella quale l’unità di intenti spaziava tra tutte le forze politiche, si è passati ad una fase nella quale si è tentato di capitalizzare a fini elettorali il patrimonio culturale della lotta alla mafia, dando l’impressioneche la diversità dei partiti rispecchi in certa misura, anche la distinzione tra buoni e cattivi.
In qualche caso le vicende di cronaca hanno dato l’opportunità di individuare in singole persone, spesso con ruoli di dirigenza secondari, vicinanze con le organizzazioni criminali. Passando dal giudizio particolare al giudizio su tutto il quadro dirigente di alcune forze politiche non è stato difficile propagandare l’idea di partiti mafiosi e partiti antimafiosi. Dove gli antimafiosi sono quelli che si autoproclamano tali, per una presunta superiorità morale – a volte contraddetta da evidenti fatti di cronaca e politica locale-, o solo per aver candidato esponenti della lotta alla mafia.
L’errore culturale, provato dalla sempre minore partecipazione di cittadini alle commemorazioni delle vittime della mafia – segno eclatante del raffredarsi nelle coscienze dell’idea di vincibilità della mafia -, è stato aver fatto diventare di parte la lotta alla mafia.
Un errore già commesso negli anni cinquanta dai partiti siciliani di sinistra che ha rallentato l’azione politica di contrasto alla mafia, quando questa lotta era utilizzata per fini politici per delegittimare gli avversari. Similmente oggi chi utilizza il contrasto alla mafia per fini elettorali, non riuscendo a proporre un progetto di governo regionale, dilapida un patrimonio che deve essere comune, al di là dell’appartenza partitica.
Nel mese di aprile, dopo l’incontro di presentazione dei Circoli liberal a Monreale, ho provveduto alla nomina ufficiale dei coordinatori provinciali.
Vi ripropongo due articoli pubblicati sui quotidiani regionali. In foto la notizia della nomina di Concetto Cucci, per la provincia di Enna. Qui il file con la notizia della nomina di Piero Lipera per la provincia di Catania (in basso a destra).
Notizie circa l’attività di liberal in Sicilia sono disponibili qui.
Non posso esimermi dal ricordare di dare un’occhiata al sito del quotidiano liberal sempre ricco di approfondimenti.
Il 15 luglio 2009, la Camera dei Deputati, ha approvato la mozione presentata dall’On. Rocco Buttiglione che impegna il governo a promuovere all’ONU una risoluzione che condanni l’aborto come strumento di controllo demografico.
L’approvazione di questa mozione non scalfisce per nulla, è bene chiarirlo, l’impianto della legge 194 che in Italia disciplina l’accesso all’aborto procurato. E probabilmente restano trincerati su posizioni distanti “pro choice” e “pro life” italiani. I primi convinti che la scelta dell’aborto sia legittima, i secondi che risconoscono l’intrinseca dignità di persona anche alla creatura appena concepita e quindi il suo inalienabile diritto alla vita, cui non può essere privata senza commettere un’ingiustizia.
In Italia il dibattito va avanti e speriamo si possa colmare questa ingiustizia. Nel mondo però la situazione è di duplice ingiustizia e la mozione Buttiglione ha il pregio di puntare l’attenzione su questa problematica. Ci sono Paesi nei quali le donne, pur desiderose di avere figli, sono costrette ad abortire a causa di leggi che obbligano al “figlio unico” o comunque limitano il numero dei figli per evitare problemi demografici. Sul liberal è stata pubblicata ieri una mappa che fotografa la situazione dell’aborto nel mondo, assolutamente da studiare per capire la duplice ingiustizia che viene perpetrata a danno di donne e di non nati. In Corea, ad esempio, le donne che vengono arrestate in stato di gravidanza vengono costrette all’aborto perchè il “padre della patria” è convinto che il male si trasmetta fino alla terza generazione.
Oltre le critiche che si possono muovere alla mozione Buttiglione, e ne sono arrivate sia da i “pro choice” che da i “pro life”, naturalmente per ragioni opposta, è giusto alzare il velo che cela queste gravi ingiustizie nel mondo.
Venerdì scorso si è riunita a Roma la direzione nazionale di liberal, cui ho partecipato come Presidente dei Circoli liberal per la Sicilia.
L’incontro, presieduto da Ferdinando Adornato, è stato molto interessante, soprattutto per la possibilità di avere informazioni da tutta Italia grazie agli interventi di tutti i coordinatori regionali.
Nel suo intervento l’On. Adornato ha evidenziato che 4 dei 5 eletti al Parlamento Europeo per l’Unione di Centro non sono membri di partito. Questo fatto dimostra che il progetto del Partito della Nazione, interprete delle istanze degli attuali “orfani di rappresentanza partitica”, sia una necessità nel Paese.
Un dato, questo, che ci spinge a lavorare con più entusiasmo per questo progetto. Forti anche del risultato referendario che Pierferdinando Casini ha interpretato come il rifiuto definitivo degli italiani al bipartitismo.