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Sms al papa per la solidarietà

“A sua immagine”, il programma religioso di Raiuno, attiva un numero telefonico per inviare sms al papa.
L’iniziativa è legata all’appuntamento del 16 maggio, il giorno in cui i movimenti e le associazioni laicali cattolici si ritroveranno in Piazza San Pietro per testimoniare a Benedetto XVI l’affetto del popolo cristiano.

Un comunicato rende noto che il numero per inviare gli sms (attivo da domenica 9 maggio) sarà 3351863091. Tutti i messaggi saranno consegnati al pontefice entro il mese di maggio. “E’ un’occasione davvero unica – dichiara nella nota il conduttore del programma, Rosario Carello – attraverso questo numero chiunque potrà manifestare la propria solidarietà, anche chi non sarà fisicamente in Piazza San Pietro”.

E la Rai lancia la campagna “Sms al papa per la solidarietà” – Repubblica.it.

Zambuto: sei metri sopra la realtà

Troppo impegnato a dover assegnare assessorati ai partiti per comporre una giunta al di sopra dei partiti, il sindaco di Agrigento interviene sulla vicenda che vede contrapposto il consorzio ASI di Agrigento e l’Assessorato Regionale alle Attività produttive. Quest’ultimo ha bocciato il bilancio presentato dall’ASI, sostenendo che

“L’Asi di Agrigento ha violato ripetutamente le prescrizioni precedentemente emanate con direttiva assessoriale e relative ad alcuni aspetti gestionali da evidenziare nell’ambito dei bilanci di previsione del 2010. Il consorzio Asi agrigentino inoltre ha violato la legge e lo stesso statuto consortile”

Zambuto invece

“Auspico pertanto che gli organi politici regionali possano avere un ripensamento e lasciare il regolare svolgimento dell’attività gestionale dell’ASI.”

A me è tornato alla mente l’articolo pubblicato da Il Sole 24 0re “Viaggio ad Agrigento nella valle degli sprechi“, così come mi son tornate alla mente le chiacchierate con alcuni imprenditori che nell’area industriale hanno un lotto e  lottano per aver tutelati i propri diritti.

Capisco che per il Sindaco è difficile immaginare la prossima campagna elettorale senza i tre consiglieri nominati all’ASI, ma il bene della città, e delle imprese insediate nella zona industriale, è al di sopra degli interessi politici e della carriera, vero Marco?

“Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”

Nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.

Venerazione della Santa Sindone, Meditazione di Benedetto XVI, 2 maggio 2010.

Favara, la protesta dell’arcivescovo: «Non celebrerò i funerali delle sorelline»

Ancora non so se essere d’accordo o meno con la decisione di Mons. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento, di non celebrere le sequie delle due sorelline morte nel crollo di Favara lo scorso sabato.

L’arcivescovo di Agrigento monsignor Francesco Montenegro ha annunciato che domani mattina non celebrerà i funerali di Marianna e Chiara Pia Bellavia, le due sorelline di 14 e 3 anni morte sabato nel crollo della loro casa a Favara (Agrigento). A confermare la notizia è lo stesso monsignore che protesta contro la tragedia. «Domani mattina, per i funerali -dice l’arcivescovo- il mio posto sarà tra la gente di Favara, con loro pregherò per Marianna la piccola Chiara e per i loro genitori e per il piccolo Giovanni». E aggiunge: «non è un sottrarmi al mio ruolo di vescovo, di pastore della porzione di popolo che il Signore mi ha affidato, ma un farmi solidale e vicino alla famiglia Bellavia in questo giorno che è giorno di preghiera e silenzio». «Condivido e faccio mie le parole che sono state lette domenica nelle parrocchie di Favara ed esprimo la mia vicinanza al clero e alla comunità ecclesiale tutta». L’arcivescovo, nella nota diffusa in serata, ha anche ricordato quanto già aveva denunciato in occasione dei funerali delle vittime dell’alluvione di Giampilieri a Messina. E ha ricordato di avere scritto una lettera pubblica «inviata al capo della Protezione Civile Guido Bertolaso». I funerali delle due vittime saranno celebrati domani mattina alle 11 nella chiesa madre di Favara. Parteciperanno anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano e il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. (Ter/Pn/Adnkronos)

Mannino e l’accusa di mafia Assolto dopo diciassette anni – Corriere della Sera

PALERMO – Per capire il calvario giudiziario di Calogero Mannino, assolto ieri in Cassazione dall’accusa di concorso esterno alla mafia dopo 19 anni di indagini e processi, basta ascoltare il suo primo commento: «Hanno portato via un pezzo della mia vita». Ma forse per mettere a fuoco lo psicodramma politico-giudiziario bisognerebbe ripartire da quei manifesti giganti che, per le elezioni del 1991, tappezzarono tutta la Sicilia con una sorta di sfida lanciata dalla grassa e inquinata Democrazia Cristiana alla mafia dei Corleonesi, di Riina e Provenzano, già latitanti da trent’anni. Perché su quei proclami voluti dall’ex ministro poi finito in cella si leggeva per la prima volta a caratteri cubitali «Contro la mafia, costi quel che costi».

Firmato Mannino, allora segretario regionale del partito, leader della sinistra interna, deciso a isolare «don» Vito Ciancimino, in buoni rapporti con Giovanni Falcone e, allora, appena salvato da Paolo Borsellino che aveva bloccato le insinuazioni di un pentito pilotato. Eppure, morti Falcone e Borsellino, due anni dopo le grandi stragi, nel febbraio ’94, a un anno dalla discussa cattura di Riina, fu notificato l’avviso di garanzia e nel febbraio ’95 maturò l’arresto di Mannino, triturato dal pool della Procura dove era arrivato un nuovo capo, Giancarlo Caselli, indifferente a quei manifesti che debbono essergli sembrati la prova del paradosso siciliano di chi dice una cosa per farne intendere un’altra.

Fatto sta che quel tentativo di sganciare almeno un pezzo della vecchia Dc dalle trame mafiose abortì con la stessa fine del partito e con il terremoto giudiziario di Mannino, additato come l’interlocutore diretto dello Stato con l’antistato. Per dirla con quello che Caselli, i sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, indicarono come il «Buscetta della politica», tal Gioachino Pennino, un amico di Ciancimino, per dieci anni considerato un pentito attendibile, poi mollato, adesso ritenuto da tanti magistrati un bluff. Smentito via via perfino da altri boss come Leoluca Bagarella che definì Mannino «un carabiniere» e Giovanni Brusca, il pentito che rivelò il progetto di uccidere l’ex ministro «perché aveva avversato pubblicamente Cosa Nostra». Sono cadute una dopo l’altra le accuse, un processo dopo l’altro. I giudici di primo grado si convinsero dell’insussistenza delle prove. Di qui la prima assoluzione, dopo sei anni di dibattimento, nove mesi a Rebibbia, due anni ai domiciliari e un carcinoma. Fu immediato il ricorso al secondo grado chiesto e ottenuto dalla Procura. Lasciando sul banco d’accusa lo stesso pm frattanto nominato sostituto procuratore generale, Teresi. Un nuovo processo concluso nel 2004 con una condanna a 5 anni e 4 mesi. Cominciò allora il ping pong fra Palermo e Roma. Con la difesa che ricorse in Cassazione dove il procuratore generale chiese l’assoluzione dell’imputato.

La corte preferì ordinare un nuovo processo, ma esprimendo un giudizio severo per il lavoro compiuto in secondo grado. E i nuovi giudici d’appello a Palermo ne tennero conto. A fine 2008 la nuova assoluzione che demolì l’ipotesi di un presunto patto politico-elettorale con la mafia, ritenuto «evanescente, dunque insussistente». Poteva finire lì il «calvario», come lo chiama Mannino pensando alla moglie, Giusi Burgio, al figlio Toto, a tutti i familiari. E invece la procura generale ci provò di nuovo. «Prendendo una sberla dalla Cassazione», commentano euforici gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo. Perché la Suprema Corte ieri ha rigettato il ricorso ritenendolo «inammissibile». Molti sono convinti che quella Dc, anche la Dc di Mannino, deve avere avuto le sue colpe per i compromessi con la mafia. E continueranno le polemiche politiche, mentre esultano Casini, Buttiglione, Cesa, il suo «pupillo» Totò Cuffaro e non solo i leader dell’Udc, partito di cui Mannino è deputato a Montecitorio. Ma l’epilogo giudiziario evidenzia più di un paradosso. Perché Mannino era il nemico di Ciancimino. O meglio Ciancimino non lo tollerava, con lo stesso atteggiamento covato contro i big della sinistra Dc che lo avevano isolato sin dal 1983, al congresso di Agrigento. Ma paradossalmente da qualche tempo i pubblici accusatori di Palermo auspicavano una condanna definitiva di Mannino, mentre corre sulla strada accidentata di una ipotetica e complessa riabilitazione il rampollo di don Vito. È la partita aperta di una Palermo dove Mannino è il primo a non volere fare un uso strumentale del verdetto, pur convinto che «non c’è una giustizia da cambiare», ma «da cambiare sono le regole di funzionamento dell’accusa, questo è il vero problema».

Felice Cavallaro

15 gennaio 2010

viaMannino e l’accusa di mafia Assolto dopo diciassette anni – Corriere della Sera.

Casini: “Udc decisiva. Bossi? Non spaventa nessuno”

YouTube – Casini: “Udc decisiva. Bossi? Non spaventa nessuno”.

Un viaggio ad Agrigento nella valle degli sprechi

di Giuseppe Oddo – Il Sole 24 ore del 31.07.2009

Un centro fieristico mai completato, un camper della legalità di cui si sono perse le tracce, un depuratore per le acque reflue che non serve a niente ed altre storie. Benvenuti nel consorzio Asi di Agrigento.

I consorzi Asi sono enti per la localizzazione industriale, promossi dalla Regione Sicilia, dove una società può trovare tutte le infrastrutture di base: immobili, elettricità, gas, telefono, servizi in genere. Nel tempo, però, questi enti hanno perso di vista lo scopo per cui sono stati creati e oggi sono un ingranaggio della grande macchina politico-clientelare. Quello di Agrigento in particolare ruota intorno a quattro, si fa per dire, agglomerati: uno con 48 piccole imprese nei territori di Aragona e Favara, un altro con appena tre imprese nel comune di Casteltermini, uno con altre tre in quel di Ravanusa e il quarto a Porto Empedocle, dove non c’è l’ombra di un’azienda, che ospiterà un impianto di rigassificazione dell’Enel. Nel complesso, dunque, il consorzio accoglie 54 imprese, a fronte delle quali schiera un consiglio generale di 50 persone: quasi una per impresa.

L’agglomerato di Aragona e Favara (Comuni in lite da una trentina d’anni per definire i rispettivi confini) si raggiunge in auto dopo essersi lasciati alle spalle il “San Giovanni di Dio”, l’ospedale che dovrà essere sgomberato entro una ventina di giorni perché costruito con la sabbia. Nel caldo opprimente c’è un gran via vai per cercare di sistemare dignitosamente da qualche altra parte i 300 degenti e le 700 persone, tra medici, infermieri e personale amministrativo, che vi lavorano. Superato l’ospedale della vergogna, imboccando un cavalcavia, si esce dal comune di Agrigento e si entra nel territorio di Aragona. Qui, in contrada San Benedetto, c’è l’agglomerato industriale, che si estende per un centinaio di ettari sconfinando nel territorio di Favara. Read more »

Chi sono

 

Chat with Giovanni Nocera

Giovanni Nocera – Agrigento, 1981

Primo di nove figli ho imparato, crescendo, il valore della famiglia. Ho maturato una convinta fede cattolica partecipando a diverse esperienze ecclesiali. Impegnato in molteplici attività mi occupo, in particolare, della difesa della vita.

 

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