Posts tagged: giustizia

Giustizia, il segretario dell’Anm al Pdl “Non avete legittimità per fare la riforma”

Non mi sono mai piaciuti i commenti di Berlusconi contro la magistratura, anche se suppongono problemi reali che la stessa magistratura stenta a riconoscere.

Inaccettabili sono ugualmente certi commenti dei magistrati che si assumono il compito di assegnare etichette di legittimità ad un governo ed una maggioranza parlamentare eletti democraticamente dai cittadini italiani.

Reputo dunque infelice ed inappropriata l’uscita del Segretario dell’ANM, anche perché potrebbe valere anche in senso opposto: una magistratura che dice queste cose di Berlusconi non è legittimata a giudicarlo visto l’evidente pregiudizio.

Giustizia, il segretario dell’Anm al Pdl “Non avete legittimità per fare la riforma” – Repubblica.it.

IL SENATORE CUFFARO IN CARCERE PER UN REATO INESISTENTE

C’è molto materiale per poter fare una discussione seria:

IL SENATORE CUFFARO IN CARCERE PER UN REATO INESISTENTE.

Approfondimenti:

  1. Il concorso esterno nei reati associativi 1
  2. Il concorso esterno nei reati associativi 2
  3. Andrea Dell’Aira, Il concorso esterno in associazione mafiosa, tra percorsi giurisprudenziali, pareri dottrinali ed auspici di codificazione
  4. Lex previa, sempre certa et stricta e il concorso esterno in associazione mafiosa:

Il principio di legalità, nella sua articolazione della c.d. riserva di legge, costituisce una conquista di civiltà giuridica che affonda le proprie radici nell’orientamento politico-ideologico di matrice illuministica. E’ il principio cardine del diritto penale moderno, e in primo luogo comporta che la nozione di reato non è culturale, né scientifica, bensì squisitamente normativa, ovvero legale. Il fatto costituente reato deve essere previamente descritto come tale da una legge penale (“nullum crimen sine lege”).

Favara, la protesta dell’arcivescovo: «Non celebrerò i funerali delle sorelline»

Ancora non so se essere d’accordo o meno con la decisione di Mons. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento, di non celebrere le sequie delle due sorelline morte nel crollo di Favara lo scorso sabato.

L’arcivescovo di Agrigento monsignor Francesco Montenegro ha annunciato che domani mattina non celebrerà i funerali di Marianna e Chiara Pia Bellavia, le due sorelline di 14 e 3 anni morte sabato nel crollo della loro casa a Favara (Agrigento). A confermare la notizia è lo stesso monsignore che protesta contro la tragedia. «Domani mattina, per i funerali -dice l’arcivescovo- il mio posto sarà tra la gente di Favara, con loro pregherò per Marianna la piccola Chiara e per i loro genitori e per il piccolo Giovanni». E aggiunge: «non è un sottrarmi al mio ruolo di vescovo, di pastore della porzione di popolo che il Signore mi ha affidato, ma un farmi solidale e vicino alla famiglia Bellavia in questo giorno che è giorno di preghiera e silenzio». «Condivido e faccio mie le parole che sono state lette domenica nelle parrocchie di Favara ed esprimo la mia vicinanza al clero e alla comunità ecclesiale tutta». L’arcivescovo, nella nota diffusa in serata, ha anche ricordato quanto già aveva denunciato in occasione dei funerali delle vittime dell’alluvione di Giampilieri a Messina. E ha ricordato di avere scritto una lettera pubblica «inviata al capo della Protezione Civile Guido Bertolaso». I funerali delle due vittime saranno celebrati domani mattina alle 11 nella chiesa madre di Favara. Parteciperanno anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano e il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. (Ter/Pn/Adnkronos)

Mannino e l’accusa di mafia Assolto dopo diciassette anni – Corriere della Sera

PALERMO – Per capire il calvario giudiziario di Calogero Mannino, assolto ieri in Cassazione dall’accusa di concorso esterno alla mafia dopo 19 anni di indagini e processi, basta ascoltare il suo primo commento: «Hanno portato via un pezzo della mia vita». Ma forse per mettere a fuoco lo psicodramma politico-giudiziario bisognerebbe ripartire da quei manifesti giganti che, per le elezioni del 1991, tappezzarono tutta la Sicilia con una sorta di sfida lanciata dalla grassa e inquinata Democrazia Cristiana alla mafia dei Corleonesi, di Riina e Provenzano, già latitanti da trent’anni. Perché su quei proclami voluti dall’ex ministro poi finito in cella si leggeva per la prima volta a caratteri cubitali «Contro la mafia, costi quel che costi».

Firmato Mannino, allora segretario regionale del partito, leader della sinistra interna, deciso a isolare «don» Vito Ciancimino, in buoni rapporti con Giovanni Falcone e, allora, appena salvato da Paolo Borsellino che aveva bloccato le insinuazioni di un pentito pilotato. Eppure, morti Falcone e Borsellino, due anni dopo le grandi stragi, nel febbraio ’94, a un anno dalla discussa cattura di Riina, fu notificato l’avviso di garanzia e nel febbraio ’95 maturò l’arresto di Mannino, triturato dal pool della Procura dove era arrivato un nuovo capo, Giancarlo Caselli, indifferente a quei manifesti che debbono essergli sembrati la prova del paradosso siciliano di chi dice una cosa per farne intendere un’altra.

Fatto sta che quel tentativo di sganciare almeno un pezzo della vecchia Dc dalle trame mafiose abortì con la stessa fine del partito e con il terremoto giudiziario di Mannino, additato come l’interlocutore diretto dello Stato con l’antistato. Per dirla con quello che Caselli, i sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, indicarono come il «Buscetta della politica», tal Gioachino Pennino, un amico di Ciancimino, per dieci anni considerato un pentito attendibile, poi mollato, adesso ritenuto da tanti magistrati un bluff. Smentito via via perfino da altri boss come Leoluca Bagarella che definì Mannino «un carabiniere» e Giovanni Brusca, il pentito che rivelò il progetto di uccidere l’ex ministro «perché aveva avversato pubblicamente Cosa Nostra». Sono cadute una dopo l’altra le accuse, un processo dopo l’altro. I giudici di primo grado si convinsero dell’insussistenza delle prove. Di qui la prima assoluzione, dopo sei anni di dibattimento, nove mesi a Rebibbia, due anni ai domiciliari e un carcinoma. Fu immediato il ricorso al secondo grado chiesto e ottenuto dalla Procura. Lasciando sul banco d’accusa lo stesso pm frattanto nominato sostituto procuratore generale, Teresi. Un nuovo processo concluso nel 2004 con una condanna a 5 anni e 4 mesi. Cominciò allora il ping pong fra Palermo e Roma. Con la difesa che ricorse in Cassazione dove il procuratore generale chiese l’assoluzione dell’imputato.

La corte preferì ordinare un nuovo processo, ma esprimendo un giudizio severo per il lavoro compiuto in secondo grado. E i nuovi giudici d’appello a Palermo ne tennero conto. A fine 2008 la nuova assoluzione che demolì l’ipotesi di un presunto patto politico-elettorale con la mafia, ritenuto «evanescente, dunque insussistente». Poteva finire lì il «calvario», come lo chiama Mannino pensando alla moglie, Giusi Burgio, al figlio Toto, a tutti i familiari. E invece la procura generale ci provò di nuovo. «Prendendo una sberla dalla Cassazione», commentano euforici gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo. Perché la Suprema Corte ieri ha rigettato il ricorso ritenendolo «inammissibile». Molti sono convinti che quella Dc, anche la Dc di Mannino, deve avere avuto le sue colpe per i compromessi con la mafia. E continueranno le polemiche politiche, mentre esultano Casini, Buttiglione, Cesa, il suo «pupillo» Totò Cuffaro e non solo i leader dell’Udc, partito di cui Mannino è deputato a Montecitorio. Ma l’epilogo giudiziario evidenzia più di un paradosso. Perché Mannino era il nemico di Ciancimino. O meglio Ciancimino non lo tollerava, con lo stesso atteggiamento covato contro i big della sinistra Dc che lo avevano isolato sin dal 1983, al congresso di Agrigento. Ma paradossalmente da qualche tempo i pubblici accusatori di Palermo auspicavano una condanna definitiva di Mannino, mentre corre sulla strada accidentata di una ipotetica e complessa riabilitazione il rampollo di don Vito. È la partita aperta di una Palermo dove Mannino è il primo a non volere fare un uso strumentale del verdetto, pur convinto che «non c’è una giustizia da cambiare», ma «da cambiare sono le regole di funzionamento dell’accusa, questo è il vero problema».

Felice Cavallaro

15 gennaio 2010

viaMannino e l’accusa di mafia Assolto dopo diciassette anni – Corriere della Sera.

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