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Il minestrone di Granata sul rigassificatore

Con una nota stampa l’on. Granata chiede la revoca del nulla osta che il Ministero dell’Ambiente ha rilasciato al progetto del rigassificatore di Porto Empedocle.

Secondo l’onorevole il fatto che la mafia abbia interesse ad inserirsi in un’opera pubblica, come risulta da alcuni pizzini ritrovati in casa di un latitante arrestato ultimamente, sarebbe sufficiente a bloccare un investimento da centinaia di migliaia di milioni di euro. Secondo lo stesso ragionamento bisognerebbe bloccare il raddoppio della SS 640, già in esecuzione, perchè negli stessi pizzini risulta l’interessemanto della mafia anche su questo appalto.

Farebbe bene l’onorevole Granata, nella sua posizione di Vice Presidente della Commissione Antimafia, a lavorare alla predisposizione degli opportuni strumenti investigativi, alla sburocratizzazione del sistema autorizzativo, alla trasparenza  e tracciabilità delle risorse. E’ con strumenti opportuni che si tagliano le gambe, ma soprattutto le risorse economiche, alla mafia. Non con sospensione preventive di progetti industriali.

Il resto del comunicato ve lo risparmio, è un pessimo riassunto delle motivazioni che da due anni propongono le associazioni contrarie al rigassificatore, neanche una virgola modificata.

Granata chiede la revoca dei pareri espressi a favore del rigassificatore di Porto Empedocle | perlacitta.it.

Mannino e l’accusa di mafia Assolto dopo diciassette anni – Corriere della Sera

PALERMO – Per capire il calvario giudiziario di Calogero Mannino, assolto ieri in Cassazione dall’accusa di concorso esterno alla mafia dopo 19 anni di indagini e processi, basta ascoltare il suo primo commento: «Hanno portato via un pezzo della mia vita». Ma forse per mettere a fuoco lo psicodramma politico-giudiziario bisognerebbe ripartire da quei manifesti giganti che, per le elezioni del 1991, tappezzarono tutta la Sicilia con una sorta di sfida lanciata dalla grassa e inquinata Democrazia Cristiana alla mafia dei Corleonesi, di Riina e Provenzano, già latitanti da trent’anni. Perché su quei proclami voluti dall’ex ministro poi finito in cella si leggeva per la prima volta a caratteri cubitali «Contro la mafia, costi quel che costi».

Firmato Mannino, allora segretario regionale del partito, leader della sinistra interna, deciso a isolare «don» Vito Ciancimino, in buoni rapporti con Giovanni Falcone e, allora, appena salvato da Paolo Borsellino che aveva bloccato le insinuazioni di un pentito pilotato. Eppure, morti Falcone e Borsellino, due anni dopo le grandi stragi, nel febbraio ’94, a un anno dalla discussa cattura di Riina, fu notificato l’avviso di garanzia e nel febbraio ’95 maturò l’arresto di Mannino, triturato dal pool della Procura dove era arrivato un nuovo capo, Giancarlo Caselli, indifferente a quei manifesti che debbono essergli sembrati la prova del paradosso siciliano di chi dice una cosa per farne intendere un’altra.

Fatto sta che quel tentativo di sganciare almeno un pezzo della vecchia Dc dalle trame mafiose abortì con la stessa fine del partito e con il terremoto giudiziario di Mannino, additato come l’interlocutore diretto dello Stato con l’antistato. Per dirla con quello che Caselli, i sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, indicarono come il «Buscetta della politica», tal Gioachino Pennino, un amico di Ciancimino, per dieci anni considerato un pentito attendibile, poi mollato, adesso ritenuto da tanti magistrati un bluff. Smentito via via perfino da altri boss come Leoluca Bagarella che definì Mannino «un carabiniere» e Giovanni Brusca, il pentito che rivelò il progetto di uccidere l’ex ministro «perché aveva avversato pubblicamente Cosa Nostra». Sono cadute una dopo l’altra le accuse, un processo dopo l’altro. I giudici di primo grado si convinsero dell’insussistenza delle prove. Di qui la prima assoluzione, dopo sei anni di dibattimento, nove mesi a Rebibbia, due anni ai domiciliari e un carcinoma. Fu immediato il ricorso al secondo grado chiesto e ottenuto dalla Procura. Lasciando sul banco d’accusa lo stesso pm frattanto nominato sostituto procuratore generale, Teresi. Un nuovo processo concluso nel 2004 con una condanna a 5 anni e 4 mesi. Cominciò allora il ping pong fra Palermo e Roma. Con la difesa che ricorse in Cassazione dove il procuratore generale chiese l’assoluzione dell’imputato.

La corte preferì ordinare un nuovo processo, ma esprimendo un giudizio severo per il lavoro compiuto in secondo grado. E i nuovi giudici d’appello a Palermo ne tennero conto. A fine 2008 la nuova assoluzione che demolì l’ipotesi di un presunto patto politico-elettorale con la mafia, ritenuto «evanescente, dunque insussistente». Poteva finire lì il «calvario», come lo chiama Mannino pensando alla moglie, Giusi Burgio, al figlio Toto, a tutti i familiari. E invece la procura generale ci provò di nuovo. «Prendendo una sberla dalla Cassazione», commentano euforici gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo. Perché la Suprema Corte ieri ha rigettato il ricorso ritenendolo «inammissibile». Molti sono convinti che quella Dc, anche la Dc di Mannino, deve avere avuto le sue colpe per i compromessi con la mafia. E continueranno le polemiche politiche, mentre esultano Casini, Buttiglione, Cesa, il suo «pupillo» Totò Cuffaro e non solo i leader dell’Udc, partito di cui Mannino è deputato a Montecitorio. Ma l’epilogo giudiziario evidenzia più di un paradosso. Perché Mannino era il nemico di Ciancimino. O meglio Ciancimino non lo tollerava, con lo stesso atteggiamento covato contro i big della sinistra Dc che lo avevano isolato sin dal 1983, al congresso di Agrigento. Ma paradossalmente da qualche tempo i pubblici accusatori di Palermo auspicavano una condanna definitiva di Mannino, mentre corre sulla strada accidentata di una ipotetica e complessa riabilitazione il rampollo di don Vito. È la partita aperta di una Palermo dove Mannino è il primo a non volere fare un uso strumentale del verdetto, pur convinto che «non c’è una giustizia da cambiare», ma «da cambiare sono le regole di funzionamento dell’accusa, questo è il vero problema».

Felice Cavallaro

15 gennaio 2010

viaMannino e l’accusa di mafia Assolto dopo diciassette anni – Corriere della Sera.

Non dilapidiamo un patrimonio che deve essere comune

Sabato 19 settembre 2009 è stato pubblicato sul quotidiano cronache di liberal un mio intervento sulla cultura della legalità, patrimonio comune da non dilapidare.

Lo trovate qui.

La cultura della legalità

La Sicilia è la regione nella quale è più forte l’esigenza di una classe politica che sappia rispondere con fermezza ed unità alle sfide che la criminalità organizzata propone. È infatti una sfida politica l’eliminazione delle cause sociali che determinano il perdurare del fenomeno mafioso e di comportamenti mafiosi. L’attenzione dell politica deve spaziare dai piccoli reati nelle città ai nuovi mercati redditizi per la mafia, per poter meglio approntare quegli strumenti che possano finalmente debellare il fenomeno mafioso. Strumenti non solo giudiziari, ma anche culturali.

La creazione di un tessuto culturale fertile al rinnovamento ed alla legalità ha avuto un punto di massimo dopo le tragiche stragi di mafia degli anni novanta. Sull’onda emotiva di quegli efferati delitti il popolo siciliano ha saputo rialzare la testa, cosciente che un futuro senza mafia fosse possibile.

Da quella stagione, nella quale l’unità di intenti spaziava tra tutte le forze politiche, si è passati ad una fase nella quale si è tentato di capitalizzare a fini elettorali il patrimonio culturale della lotta alla mafia, dando l’impressioneche la diversità dei partiti rispecchi in certa misura, anche la distinzione tra buoni e cattivi.

In qualche caso le vicende di cronaca hanno dato l’opportunità di individuare in singole persone, spesso con ruoli di dirigenza secondari, vicinanze con le organizzazioni criminali. Passando dal giudizio particolare al giudizio su tutto il quadro dirigente di alcune forze politiche non è stato difficile propagandare l’idea di partiti mafiosi e partiti antimafiosi. Dove gli antimafiosi sono quelli che si autoproclamano tali, per una presunta superiorità morale – a volte contraddetta da evidenti fatti di cronaca e politica locale-, o solo per aver candidato esponenti della lotta alla mafia.

L’errore culturale, provato dalla sempre minore partecipazione di cittadini alle commemorazioni delle vittime della mafia – segno eclatante del raffredarsi nelle coscienze dell’idea di vincibilità della mafia -, è stato aver fatto diventare di parte la lotta alla mafia.

Un errore già commesso negli anni cinquanta dai partiti siciliani di sinistra che ha rallentato l’azione politica di contrasto alla mafia, quando questa lotta era utilizzata per fini politici per delegittimare gli avversari. Similmente oggi chi utilizza il contrasto alla mafia per fini elettorali, non riuscendo a proporre un progetto di governo regionale, dilapida un patrimonio che deve essere comune, al di là dell’appartenza partitica.

La lotta alla mafia si può vincere

Diciassette anni fa, il 19 luglio del 1992 in via D’Amelio a Palermo si consumò una delle giornate più tristi della storia repubblicana italiana, in quell’occasione persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e altri cinque agenti della sua scorta in seguito ad un vile attentato di cosa nostra. Oggi, noi che siamo cresciuti nel fragore di quel boato assordante, che divise Palermo in mafiosi e antimafiosi, ci uniamo a tutti coloro che non vogliono dimenticare e che credono in un futuro diverso per la Sicilia e per l’Italia, all’insegna della giustizia e della libertà. Un futuro fatto del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. La lotta alla Mafia si potrà vincere solamente se le idee di cui Borsellino e molte altre vittime della malavita organizzata erano portatori, continueranno a vivere nel cuore e nella testa di tutti noi. Solo così il loro sacrificio non sarà mai stato vano e per l’Italia sarà accesa la luce della speranza.

Danilo Dominici
Presidente Officina delle Idee

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